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E se fosse finita l’egemonia USA nel basket?

La sensazione è che i tempi in cui le nazionali a stelle e strisce passeggiavano sugli avversari siano finiti e destinati a non tornare più

di Roberto Gennari

Steph Curry. Classe 1988. Kevin Durant. Classe 1988. LeBron James. Classe 1984. Sono stati loro tre, di una spanna sopra tutto il resto della squadra, gli eroi dell’ultima spedizione olimpica a Parigi. Che Team USA ha concluso, a una prima occhiata, rispettando le aspettative: medaglia d’oro, percorso netto con 6 vittorie in altrettante partite. La chiesa è sempre al centro del villaggio, per usare un’espressione cara a Rudi Garcia. Ma appunto: a una prima occhiata, che come quasi sempre succede in questi casi, rischia di essere un’analisi fin troppo superficiale.

Andando a guardare le cose un po’ più da vicino, risulta di fatto confermata una tendenza che avevamo già potuto osservare allo scorso Mondiale: il gap tra gli USA e il resto del mondo si è ridotto sensibilmente. E infatti, con una nazionale fatta di “mezze stelle” e “potenziali stelle”, alla rassegna iridata è arrivato il quarto posto, con la finalina per il bronzo persa contro il Canada.

E – al netto del percorso olimpico di cui sopra – questo trend è stato confermato dalle Olimpiadi, e continua a esserlo anche oggi. A Parigi, infatti, Team USA ha faticato tantissimo sia nella semifinale con la Serbia che nella finale contro i padroni di casa della Francia, riuscendo a spuntarla in entrambi i casi solo nei finali di partita. Grazie soprattutto ai tre signori citati sopra, ancora oggi tra i più grandi giocatori al mondo ma non esattamente dei giovanissimi. 

Questa tendenza, poi, la possiamo riscontrare anche nella NBA: volendo fare una lista dei più forti giocatori della Lega a oggi, tolto questo “trio delle meraviglie”, è ragionevole affermare che i primi nomi che vengono in mente sono quasi tutti nati al di fuori dei confini dell’Unione. A giocarsi il premio di miglior giocatore della Lega saranno probabilmente Nikola Jokić e Shai Gilgeous-Alexander, ovvero un serbo (già plurivincitore) e un canadese, con il greco Giannis Antetokounmpo come terzo incomodo. E possiamo togliere dal mazzo Luka Doncić (sloveno) solo per il fatto che quest’anno ha saltato un discreto numero di partite, e Victor Wembanyama (francese), anche lui fermato ai box per un problema di salute che gli auguriamo non serio.

A tenere alti gli scudi a stelle e strisce, per la nuova generazione, soprattutto Jayson Tatum ed Anthony Edwards, due attaccanti e atleti assolutamente straordinari ma ai quali manca forse un po’ di quel fuoco dentro che anima i più grandi. Tatum ha il grande pregio di essere un vero giocatore di squadra, non è uno che vuole per forza la palla in mano a ogni possesso, ma di contro mostra una certa discontinuità di rendimento – relativa, ovviamente – e tende a diventare impalpabile in certi momenti delle partite. Anthony Edwards è per certi versi l’opposto: ha una sicurezza nei propri mezzi che potremmo definire quasi eccessiva: prima delle Olimpiadi aveva dichiarato di sentirsi lui la prima opzione offensiva di Team USA, nonostante la presenza di altre superstar ben più conclamate, salvo poi venire smentito dal campo (ha chiuso quarto della squadra sia per media punti che per tiri tentati); in generale, non sembra molto interessato a giocare di squadra anche se è comunque inserito in un contesto competitivo come i Minnesota Timberwolves attuali, capaci nella scorsa stagione di arrivare alle finali di conference, pareggiando quella che era stata la miglior stagione della storia della squadra ai tempi di Kevin Garnett.

E dietro a questi due giovani?

Ovviamente il serbatoio è enorme e qualche talento sul punto di esplodere definitivamente c’è ogni anno. Qualcuno, come Zion Williamson, avrebbe magari solo bisogno di restare integro. Qualcun altro, tipo Trae Young, avrebbe forse bisogno di nuovi stimoli. Altri, come Donovan Mitchell, sono già probabilmente al picco del loro rendimento. Ma il problema non è il talento, non è mai stato quello. Il problema più evidente e lampante è il livello di comprensione di quello che succede in campo, le cosiddette letture. I giocatori NBA di scuola USA hanno quasi tutti un talento sopra la media, un atletismo ancor più sopra la media, e tuttavia arrivano tra i pro senza essere ancora dei giocatori tatticamente e tecnicamente formati. Quindi, anche in virtù del calendario estremamente compresso delle stagioni NBA, non hanno un vero e proprio percorso di apprendistato, e tendono a specializzarsi in due o tre cose e massimizzare il loro rendimento in quelle. Il risultato è un impoverimento delle soluzioni tecniche del singolo e un appiattimento del livello di gioco. I giocatori NBA sono devastanti in transizione, hanno un range di tiro inimmaginabile fino a pochi anni fa, sanno crearsi un tiro dal palleggio, ma quando si tratta di attaccare una difesa schierata di tipo FIBA (quindi senza la regola dei 3 secondi difensivi, col centro che può veramente presidiare il ferro per tutto il possesso) vanno in difficoltà. Quando si tratta di fare un aiuto difensivo, idem. E infatti, guardando a Jokić e Doncić, quello che colpisce è che sono l’antitesi del giocatore di basket moderno a livello di fisico. Non particolarmente veloce, non particolarmente atletico, ma in grado di leggere la difesa avversaria con secondi di anticipo rispetto agli altri, con una varietà di soluzioni offensive praticamente illimitata e una facilità di passaggio sopra la media. Oppure, guardando ad Antetokounmpo, che fisicamente rappresenta il prototipo del giocatore di basket in tutto e per tutto, vediamo un giocatore che ogni estate lavora duramente per aggiungere nuove soluzioni tecniche al proprio arsenale. Certo, dal bacino della NCAA arriveranno anche quest’anno giocatori interessanti, uno su tutti Cooper Flagg, ma la sensazione è che i tempi in cui le nazionali a stelle e strisce passeggiavano sugli avversari siano finiti e destinati a non tornare più. Drazen Petrović, il primo ad aver diretto il proprio sguardo verso un orizzonte di questo tipo, ne sarebbe fiero.


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